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Risarcimento danni e sinistri

dott.ssa Gina Acciardi

Danno tanatologico e danno terminale:

le differenze e la loro risarcibilità.

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A cura della dott.ssa Gina Acciardi

Iscritta al Registro Avvocati Prat. Abilitati di Lodi

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Il danno tanatologico (c.d. danno da morte) ed il danno terminale sono figure di recente formulazione che rientrano in piena regola nella macrocategoria di danno non patrimoniale. Essi rappresentano una fattispecie ulteriore rispetto a quelle già previste di danno morale, esistenziale e biologico il cui fondamento è rinvenibile negli artt. 2 e 32 della Costituzione.

Per quanto riguarda il danno tanatologico, le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state più volte chiamate a pronunciarsi sull’argomento affrontandone sia il tema della risarcibilità che della eventuale trasferibilità iure ereditatis del medesimo.

Ciò che accomuna le predette voci di danno è il bene giuridico che essi tutelano: la vita. All’uopo occorre precisare che il bene salute e quello della vita - entrambi costituzionalmente protetti – debbono essere distinti tra loro. Il bene salute, infatti, altro non è che il presupposto del bene vita e trova ristoro mediante il risarcimento del danno biologico e, contrariamente a quanto si è portati a pensare, la morte non rappresenta la massima offesa del bene salute ma piuttosto del bene vita.

La vita costituisce bene autonomo ed è fruibile in natura soltanto da parte del titolare. Sulla base di questo pensiero la giurisprudenza più recente è giunta a negare la risarcibilità del danno tanatologico in caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali: l’irrisarcibilità dell’evento morte deriva dall’assenza di un soggetto nel cui patrimonio sia stato acquisito il relativo credito.

Ne consegue che la lesione immediata del diritto alla vita non può configurare una perdita (e cioè una diminuzione o privazione di un valore personale) a carico della vittima ormai non più in vita , onde è da escludere che un diritto al risarcimento del c.d. “danno biologico da morte” entri nel patrimonio dell’offeso deceduto e che sia quindi trasferibile agli eredi.

Al sostegno della propria tesi la Suprema Corte citava un assunto cardine della filosofia epicurea il quale recita “la morte non è nulla per noi in quanto quando ci siamo noi non c’è la morte e quando c’è la morte non ci siamo noi”.

Contrariamente al danno tanatologico, il danno terminale è pacificamente considerato risarcibile dalla Giurisprudenza.

Ma vediamo perché e in quali aspetti differisce dal predetto danno tanatologico.

Il danno terminale, oltre ad avere in sé compreso il c.d. danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente) è caratterizzato anche dalla presenza di un forte sofferenza psichica che consiste nella consapevolezza in capo al danneggiato che la propria vita stia per terminare (danno catastrofale).

Entrambi gli elementi che lo compongono, com’è noto, sono aspetti propri del danno non patrimoniale e sono risarcibili sia iure proprio che iure ereditatis.

Contrariamente a quello tanatologico, nel danno terminale accade che tra l’evento morte e le lesioni colpose che lo hanno determinato intercorra un lasso di tempo apprezzabile. Tale circostanza giustifica il diritto al risarcimento in favore della persona offesa in ragione delle conseguenze negative che la lesione comporta alla – seppur breve- qualità della vita del soggetto direttamente inciso. Oggetto del risarcimento sarà quindi l’inabilità temporanea che colpiva la salute dal de cuius, oltre al nocumento psicologico patito. Appare pertanto evidente che ad essere risarcita non è la perdita del bene vita ma la lesione della salute patita dal soggetto prima di morire.

Ne consegue che il diritto al risarcimento del danno entra a pieno titolo nella sfera patrimoniale della vittima e potrà essere esercitato anche dagli eredi in quanto trasferibile iure hereditatis.

È facile arguire come il danno biologico terminale rappresenti il maggiore dei danni quanto ad intensità ed entità poiché trattasi dell’anticipazione della morte vissuta con lucida agonia.

Di seguito le differenze peculiari tra il danno terminale ed il danno tanatologico.

elemento temporale: nel danno terminale tra l’evento lesivo e la morte intercorre un lasso temporale apprezzabile. Nel danno tanatologico la morte è istantanea ed immediata.

consapevolezza: nel danno tanatologico la morte è un evento immediato, tale aspetto impedisce al danneggiato di avere la percezione che sta per morire; il danno terminale è caratterizzato dalla c.d. lucida agonia: la consapevolezza, appunto, dell’immediata fine della propria vita.

lesione della salute: mentre il danno tanatologico riguarda esclusivamente la perdita del bene vita, nel danno terminale ad essere violata è anche la salute in quanto, poiché la morte non è immediata, il danneggiato è costretto a sopportare sofferenza fisica per tutta la durata della degenza fino alla morte. Per tale motivo si parla di danno biologico terminale.

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Entrando nel merito dei criteri di liquidazione adottati per il risarcimento del danno terminale, occorre segnalare che, l’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano ha voluto elaborare un metodo tabellare e convenzionale che, allineandosi ai metodi delle c.d. Tabelle Milanesi, potesse fungere da criterio guida.

A tal fine un gruppo di lavoro dal numero cospicuo riuscì ad elaborare una tabellazione del danno terminale, che rispondesse ai criteri di:

Omnicomprensività: tale da ricomprendere al suo interno ogni aspetto biologico e sofferenziale connesso alla percezione della morte imminente. Criterio già suggerito dalle famose sentenze gemelle (SS.UU. nn. 26972-3-4-5 del 2008) per la liquidazione del danno non patrimoniale;

Determinazione della durata: il numero massimo di giorni affinché di possa procedere alla liquidazione del danno terminale non dovrà essere superiore a 100, oltre tale durata si procederà alla liquidazione del danno biologico temporaneo ordinario. Il tempo minimo invece si è ritenuto non fosse convenzionalmente determinabile, i medici legali hanno però ritenuto che possa considerarsi tale il tempo sufficiente affinché la coscienza elabori e rappresenti il rischio di morte;

Intensità decrescente: la massima sofferenza è percepita nel periodo immediatamente successivo all’evento lesivo per poi scemare nella fase successiva, si è ritenuto di dover elaborare un metodo tabellare decrescente in virtù del quale al malato terminale per i primi tre giorni successivi all’evento lesivo verrà riconosciuto un risarcimento del danno pari ad un massimo di euro 30.000,00 che il Giudice potrà liberamente determinare attraverso proprie valutazioni. Il valore dal quarto giorno in poi è stato individuato in euro 1.000,00, mentre la progressiva diminuzione giornaliera è stata calcolata, con i necessari arrotondamenti, in modo tale da giungere, alla fine del periodo, ad un valore (98 euro) pressoché pari a quanto pro die stabilito dalla Tabella per il danno biologico temporaneo standard (96 euro). Il tutto, naturalmente, al netto della eventuale personalizzazione che l’Osservatorio propone entro il limite massimo del 50%.

Siamo consapevoli del fatto che l’orientamento Giurisprudenziale su questa materia non sia ancora consolidato essendo piuttosto in divenire.

Negli anni infatti si è assistito ad un vero e proprio dibattito giurisprudenziale, fatto di ripetute conferme e smentite, che ancora oggi continua. Questo complica ancora di più la materia in questione rendendola non di semplice comprensione anche agli stessi “addetti ai lavori”.

Nei casi concreti emergono notevoli criticità nel momento in cui tali danni debbano essere concretamente quantificati e liquidati alla parte offesa.

Forse sarebbe auspicabile un intervento legislativo deciso volto ad evitare che casi simili vengono trattati in maniera diversa dai diversi tribunali del territorio italiano.

Margine della strada pericoloso

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Margine della strada pericoloso?

L'ente può essere responsabile

Sentenza Cassazione n. 260 del 10 gennaio 2017

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L’Amministrazione deve considerare come “possibili” eventuali manovre errate e/o distratte del conducente (quale l’uscita di strada per esempio) e quindi deve porre in essere le misure necessarie alla prevenzione del danno.

Tale obbligo pertanto non si limita solo alla cura della carreggiata, ma anche gli elementi accessori o alle pertinenze, per esempio alle banchine o ai tratti non asfaltati adiacenti alla strada stessa. (Si vedano Cass. 9547/15; Cass. 5445/2006; Cass. 22755/2013)

Va consolidandosi nella giurisprudenza l’orientamento che afferma che il solo accertamento della colpa del conducente non è sufficiente ad escludere il risarcimento quando l’Amministrazione non abbia segnalato la pericolosità della strada oppure non abbia apprestato misure idonee a prevenire l’incidente.

In particolare, la Sentenza della Cassazione n. 260/2017, pubblicata il 10 gennaio 2017, tratta la fattispecie in cui veniva accertata la presenza di uno “scalino” fra la carreggiata ed il ciglio erboso occultato dalla folta vegetazione, sancendo l’obbligo del giudice di accertare quanto esso possa aver influito nella produzione dell’evento anche in presenza di manovra errata del conducente.

Infatti, nella sentenza citata, si legge: “Per assicurare la sicurezza degli utenti la P.A., quale proprietaria delle opere pubbliche, ha l’obbligo di provvedere alla relativa manutenzione nonché di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia inerente non solo alla sede stradale ma anche alla zona non asfaltata sussistente nei limiti della medesima”.

 

strada
Studio legale

Incidente con un veicolo non identificato o non assicurato? Ecco cosa fare

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Ogni autoveicolo circolante deve essere obbligatoriamente assicurato affinché, in caso di incidente, il danneggiato sia messo nelle condizioni di ottenere il giusto risarcimento per i danni dallo stesso patiti.

Il Fondo di garanzia per le vittime della strada ha il compito di garantire il giusto risarcimento alle vittime di un sinistro stradale intervenendo in situazioni particolari in cui il risarcimento può essere “a rischio” e, principalmente, quando il sinistro è stato causato da veicolo non identificato (datosi alla fuga) oppure quando il veicolo non risulta coperto da assicurazione.

In questi casi, il danneggiato deve inviare una richiesta di risarcimento a CONSAP SPA, l’ente preposto alla gestione del Fondo di Garanzia Vittime della Strada.
Questi provvederà a nominare una compagnia assicurativa competente per territorio per la gestione del sinistro, che a quel punto seguirà una procedura simile a quelle di ogni altro sinistro stradale.
Sarà comunque necessario fornire prove del fatto e della responsabilità tramite testimoni, rapporto di incidente stradale, ecc., in quanto il FVGS chiede prove ben rigorose prima di procedere al risarcimento, visto l’elevato rischio di frodi.

Non tutti i danni patiti dalla vittima dell’incidente sono, tuttavia, risarcibili.

A tal proposito, bisogna avere riguardo al disposto dell’art. 283 del Codice delle assicurazioni.

Infatti, quando si tratta di sinistro di “veicolo non assicurato” l’articolo citato dispone che il risarcimento è dovuto sia per i danni a cose che per i danni a persone. Quindi, anche il danno all’automobile verrà risarcito dietro la presentazione di prove idonee.

Invece, nel caso di “sinistro causato da veicolo o natante non identificato”, lo stesso articolo prevede che il risarcimento sia dovuto solo per i danni alla persona, mentre il danno a cose (e quindi all’automobile) è dovuto solo per la parte eccedente 500 euro e solo in caso di “gravi danni alla persona”.

Tale norma, tuttavia, non chiarisce cosa debba intendersi nel concreto per “gravi danni alla persona”, né, tantomeno, provvede a darne qualsivoglia elencazione, neppure a titolo esemplificativo, lasciando così i tecnici e gli operatori del diritto nella più completa incertezza su quando poter, nelle singole fattispecie, dar corso al risarcimento del danno alle cose.

Allora, per completare la norma, non può che ricorrersi ai tradizionali strumenti dell’ermeneutica.

Ed è proprio all’interpretazione sistematica che i Giudici della III Sezione Civile della Suprema Corte hanno dovuto ricorrere per poter inquadrare e chiarire tale concetto, l’interpretazione del quale è stata più volte oggetto di dibattito sia in dottrina che in giurisprudenza.
I Giudici della Corte, nella recentissima pronuncia 24214 del 3.12.2015, attraverso una lunga e dettagliata argomentazione, hanno chiarito che, secondo un’interpretazione «sistematica», «storica» e anche «finalistica», i gravi danni alla persona debbono intendersi «quelli che provocano postumi permanenti eccedenti i 9 punti di invalidità permanente, ai sensi dell’articolo 138 Codice assicurazioni»
Nel codice delle assicurazioni gli artt. 138 e 139 distinguono, infatti, le lesioni di non lieve entità (art. 138 cod. ass.) da quelle di lieve entità (art. 139 cod. ass.).
Le due norme prevedono, per le diverse singole ipotesi ricadenti ora sotto l’una ora sotto l’altra delle anzidette rubriche, diversi presupposti per l’accertamento dell’invalidità, diversi valori monetari per la liquidazione dei danno e, conseguentemente, diversi criteri di personalizzazione del risarcimento.
E’ giocoforza, dunque, concludere che le lesioni gravi di cui è menzione nell’art. 283 cod. ass. ben coincidono con quelle non lievi di cui all’art. 139 cod. ass.

Interessante, poi, è il successivo passaggio della sentenza in esame nel quale la Corte, affermando che la predetta interpretazione è pienamente coerente anche dal punto di vista dell’interpretazione finalistica della norma in questione, ben pone il predetto principio antifrode posto che lo scopo della limitazione del risarcimento del danno a cose nei soli casi di danni gravi alle persona, era proprio quello di evitare frodi in danno del fondo di garanzia per le vittime della strada.
Lo si stabilisce nella relazione alla Proposta di Direttiva 2005/14, ove si afferma che «quando un sinistro abbia causato danni gravi alla persona, il rischio di frode è (…) pressoché inesistente, e di conseguenza il danno alle cose può essere risarcito, posto che nessuno si ferirebbe gravemente per ottenere il risarcimento del danno all’automobile».

Sebbene il ragionamento giuridico possa apparire coerente con la disciplina dell’intero sistema delle micro/marco permanenti, tale interpretazione produce effetti non del tutto condivisibili, motivate unicamente dal “pericolo di frodi”.
Basti pensare alla vittima di un veicolo non identificato che riporta fratture ossee che raggiungono un grado di invalidità di 8/9 punti percentuali, quindi ben gravi, ma inferiori alla soglia di legge.
Non vediamo come tale danno non possa definirsi grave e come possa essere oggetto di tentativi di frode.
Tuttavia, essendo un’invalidità al di sotto della soglia, la vittima riceverà solo il risarcimento del danno fisico, ma nessun risarcimento per il danno all’automobile, che avrebbe percepito solo con uno o due punti di invalidità in più.

In conclusione, crediamo che una rivisitazione dei criteri e dei parametri di liquidazione sia necessaria per garantire una maggiore equità, in quanto l’incidente stradale comporta sempre danni e disagi che in alcuni casi (anche gravi) addirittura potrebbero non trovare ristoro.
Per quale motivo? Per il pericolo di frodi?
Non sembra condivisibile far pagare alle vittime di incidenti il costo derivante dell’incapacità di evitare le frodi ai danni del FVGS, che già nella pratica di tutti i giorni richiede prove ben rigorose prima di risarcire ogni danno.

Le ultime pronunce

Danno da insidia stradale: l'ente custode della strada risarcisce se non dimostra che l'evento era eccezionale ed imprevedibile

La sentenza della Cassazione n. 11802/16 conferma l’orientamento della giurisprudenza in merito ai cosiddetti danni da "insidia stradale", ossia buche, olio e simili sul manto stradale, ritenendo applicabile l’art. 2051 c.c.
Vale a dire che che il danneggiato dovrà solo provare il fatto ed il danno riportato, ma non la colpa dell’ente che, per esimersi dal risarcimento, dovrà invece dimostrare l’eccezionalità e l’imprevedibilità dell’evento e di aver apprestato tutte le misure idonee per prevenire tali sinistri.

tribunale

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Tagliando di assicurazione retrodatato? L'assicurazione deve comunque pagare

E' quanto stabilito dalla Cassazione con la sentenza n. 6974 dell'11 aprile 2016. Infatti, anche qualora l'agente dovesse aver apposto al contratto una data precedente rispetto a quella dell'effettiva stipula, l'assicurazione sarebbe chiamata a indennizzare il danno al terzo danneggiato. Fatta comunque salva la possibilità per la compagni di agire l'agente e verso l'assicurato per il recupero di quanto pagato.

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Indisponibilità del veicolo: necessaria la prova del danno da fermo tecnico

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25063 dell'11 dicembre 2015, confermando il recente orientamento della giurisprudenza di legittimità, ha affermato che il danno conseguente all'indisponibilita' del veicolo per il tempo necessario per la riparazione, deve essere dimostrato. La Suprema Corte infatti afferma: "la prova del danno non puo' consistere nella dimostrazione della mera indisponibilita' del veicolo, ma deve consistere nella dimostrazione della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero nella dimostrazione della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall'uso del mezzo".

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Veicolo non identificato: danno all'auto solo se ci sono lesioni gravi

Secondo il Codice delle Assicurazioni, il Fondo Vittime della Strada deve risarcire il DANNO ALLA PERSONA, mentre il DANNO ALL'AUTO viene risarcito solo in caso di lesioni gravi. Con la SENTENZA del 3 DICEMBRE 2015 n. 24214, la CASSAZIONE sancisce che una lesione è grave solo quando supera il 9%, ossia "macropermanente". Già non è facile capire la ratio di una tale norma, se non quella di risparmio pubblico. Poi, seguendo tale interpretazione, chi riporta invalidità comunque importanti del 7 o 8 per cento, otterrà il risarcimento del danno fisico ma non di quello all'auto.

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Clausola ambigua in polizza? Si interpreta contro l'assicurazione

Cass. n. 668 del 18 gennaio 2016. Il contratto di assicurazione deve essere redatto in modo semplice e chiaro. In caso di clausola ambigua occorre darne un'interpretazione favorevole alla parte contraente che non ha predisposto il contratto, come prevedono i criteri generali di interpretazione della clausole stabiliti dal Codice Civile.

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